Ho guardato le stelle alzando gli occhi verso il cielo di Romania. Hanno luce diversa.

Cinque volte il mio volo è atterrato ad Otopeni e sempre sono tornata dalla Romania con occhi nuovi.
Ho scoperto che il Danubio non è così blu. è grigio e sporco, ma per i bambini è il loro mare in cui tuffarsi e ridere, felici.
Ho camminato e giocato per ore su sampietrini sconnessi, con i piedi neri per la terra e impregnati dell’odore tipico delle strade rumene che il sole, la sterpaglia,  i cani randagi rendono forte ed intenso, vivo.
Ho guardato le stelle alzando gli occhi verso il cielo di Romania. Hanno luce diversa. Sarà perché qui le impronte dei bambini rimangono impresse sulle maglie, sul volto, nel cuore.
Sono stata invitata nella casa di una donna anziana di Macin: piccolissima, sui muri immagini di santi, papi e calendari di donne nude. In un grande scatolone orologi, collane e braccialetti, sembra della refurtiva. Mi vergogno di aver avuto questo pensiero. I suoi occhi brillano mentre mi racconta che la figlia è andata a vivere in Italia. L’ospitalità e la curiosità si fondono, per dieci minuti di incontro umano, sincero, privo di diffidenza.
Ho trovato nella Romania non soltanto un luogo fisico: ma piuttosto la nostra voglia di vivere, la possibilità di un incontro, il guardarsi negli occhi, condividere, cercarsi.
In Romania ho sperimentato che il tempo dentro di me si ferma, ma il viaggio continua.
In un giorno solo il pulmino mi porta da Braila a Slatina passando per Râmnicu Vâlcea.
Guardo fuori dal finestrino per più di 500Km: la strada è spesso dissestata, gli alberi con il tronco pitturato di bianco delimitano la carreggiata. Al di là, immensi campi. Non riesco a capire se sono coltivati, curati. Ogni tanto degli animali, per il resto gradazioni di verde e marrone che si alternano e si mescolano armoniosamente fino a diventare un unico, massiccio, giallo.
Eccoli, sono i girasoli. Distesa infinita di fiori, tutti straordinariamente uguali, tutti pacificamente rivolti dalla stessa parte. Il grigio degli istituti e della città mi sembra lontano.
Una cromatica breve interruzione e un  attimo di stupore per la Torre Eiffel di Slobozia e poi di nuovo i girasoli e i campi con delle colline incerte all’orizzonte.
C’è spazio anche per piccoli centri abitati. Un vecchio pozzo all’ingresso,  villette a schiera con il tetto di alluminio e un cadente recinto di legno o di pietra che da sul marciapiede a ridosso della strada. C’è un gran viavai.
Sedute un po’ davanti alla porta un po’ proprio sul marciapiede, donne intente a cucire, qualcuno che vende ortaggi o forse anche altro, altri semplicemente stanno lì, seduti.
Il passaggio per Bucarest è veloce e caotico. Cantieri e opere in costruzione.
Finalmente torna la tranquillità e le grandi distese di campi. Anche se la zona mi sembra un po’ più brulla.
Andando verso Vâlcea ho come l’impressione che stia cambiando il paesaggio. Fa più freddo, i campi sono boschi e la strada sale leggermente.
La stanchezza inizia a farsi sentire.
Vâlcea è stato il mio primo incontro di Romania.
La prima volta che ho assaggiato la ciorbă e il riso cu lapte, i mulţumesc e nu înţeleg.
La prima che mi ha sputato in faccia la mia ricchezza, la mia felicità.
I primi copii che ho incontrato. Gli sguardi e i sorrisi che ho imparato a cercare.
Pandelica, Remus, Nicolai, Florentia, Ana. Le loro vite, le loro storie, i loro sogni.
Vâlcea è stata il primo la revedere.
Gli occhi si riaprono, sono in città. Rivedo case e palazzi, rivedo Vâlcea.

Martina